“Vuoi mangiare? Dimmi una storia.”

Il cibo è la sede di innumerevoli storie: di persone, luoghi, tempi, relazioni. C’è, nel presente, una sostanziale distanza tra noi e le storie del cibo. Una distanza percettiva, estetica, di visibilità. Il cibo diventa un blob fuori dal tempo, scollegabile con semplicità dalle sue origini, dalle metodologie di produzione e preparazione, dai luoghi di provenienza, dalle tradizioni da cui origina. Questo è vero sia ove ciò avviene in modo più esplicito (ad esempio nel caso dei cibi con componenti OGM, o nei cibi in scatola, o negli oggetti più o meno organici racchiusi in vaschette di espanso e coperte di cellophane che compriamo al supermercato) sia ove permane una parvenza di narrazione (anche un ortaggio acquistato al nostro mercato preferito, presentato nel modo più “naturale” possibile, ha storie complesse di cui noi conosciamo la minima parte).

Nel migliore dei casi i cibi mantengono una certa quantità di informazione, collegata ai paesi d’origine, ai produttori, alle metodologie di produzione: è questo il caso, ad esempio, del commercio equo e solidale. Anche in questi casi, però, il messaggio distribuito assieme/sopra/dentro il cibo è espressione di poche voci, di intermediari.

E’ questa una condizione tipica del contemporaneo ove la possibilità di attuare narrazioni disrtibuite, multi-autoriali, polifoniche, autonome rimane nel dominio della possibilità e dell’immaginario: sono infatti i grandi intermediari a determinare dove/cosa/come/perchè comunicare e diffondere l’informazione e, a livello più subdolo e non meno importante, a determinare culturalmente la comunicazione, il desiderio e le modalità del comunicare, le forme e le sostanze delle relazioni, e le ambizioni stesse connesse all’espressione del sè.

Sono i temi che, allontanandosi dal cibo, riguardano l’attuazione delle pratiche del capitalismo cognitivo negli spazi digitali, la neutralità della rete, la cosiddetta innovazione, le varie forme di menzogna (o, piuttosto, suggestione) per cui spazi (digitali) accessibili, ma a libertà controllata, limitata o indirizzata diventano lo strumento del controllo, della scansione del tempo, della trasformazione del desiderio, del corpo, delle relazioni.

“Vuoi mangiare? Raccontami una storia.”

Ma: siamo realmente in grado di raccontare una storia?

I social network sono solo uno degli esempi dello schiacciamento del reale su uno stato di stream of consciousness al presente indicativo. A fronte di una dimensione possibilistica di enorme portata, le pratiche della cultura e della liberazione di spazi cedono ampiamente il passo agli enormi vantaggi per il controllo, l’invasività, la scansione “dall’alto” del tempo, la modellazione del desiderio: “always on”, “just in time”, “real time”, “on demand”.

Non c’è una reale storia da raccontare: gli haiku digitali di twitter, gli status di facebook, le posizioni geografiche di loopt scandiscono un eterno presente immemore del passato, senza ipotesi sulla causa e sull’effetto, senza una reale volontà di raccontare, in preponderante favore del desiderio dell'”esserci”.

Se questa ultima affermazione potrebbe godere di una piacevole estetica zen, la presenza degli intermediari (nel caso dei social network: i provider di servizi), rende “l’esserci” il principale luogo del controllo: tu sei mio. Ne sono testimonianza i chilometrici “terms of service” che distrattamente accettiamo nell’iscriverci ai vari social network.

Declinando: non è importante “esprimersi”, è importante “esserci”.

E dunque: “Vuoi mangiare? Raccontami una storia.”

Cosa succede, però, se si crea un corto circuito?

Il focus è sull’intermediario.

Il concetto di publishing può variare. Sostanzialmente.

E’ un momento di transizione e ancora non si sono identificati modelli e linguaggi di riferimento, ma la dimensione possibilistica è quantomai viva. Esistono dei territori da esplorare, e sono tutti nella direzione del publishing. Se questa affermazione può sembrare eccesivamente assolutistica, è forse possibile prendere in considerazione uno spostamento, un offset nella parola “publishing”, aprendola a nuove possibilità. Diversi concetti, tecniche e metodologie sono oggi disponibili per attuare questo spostamento: le tecnologie indossabili, le reti p2p, gli spime, l’ubiquitous computing, il fabbing, il cloud computing, la crittografia digitale, gli algoritmi distribuiti, la realtà aumentata. Tutto ciò rende plausibili, fattibili e sperimentabili nuove forme di publishing che corrispondono a nuove forme di pratiche: disarticolare la forma libro per aprirsi alla possibilità offerte dalle narrative p2p, dalla multiautorialità, dalla narrazione a finale aperto, dall’interattività, dalla possibilità di disseminare capillarmente contenuti su corpi, architetture, oggetti. E cibo.

“Vuoi mangiare? Raccontami una storia.”

E’ questa una finta domanda. E’ uno strano intermediario quello che me la pone. E’ un intermediario fasullo. Fake. E’ un publisher, magari, in grado di pubblicare la storia, di raccontarla o, meglio ancora, di far sì che la storia la racconti la sua voce d’origine.
Fake. Press.

Uno strano oracolo: cortocircuito.

Distanza.

Due occhi, due webcam, due monitor, ai due lati. Al centro una bowl di plastica trasparente. La bowl è piena di tessere. Su ogni tessera un fiducial marker.

Subito dietro: due figure. Bianco. Camice. Tuta asettica. Mascherina. Un occhio e delle iniziali: FP. Fake Press.

Ancora dietro: un banchetto: torte salate, salumi, formaggi, crostini, polenta, dolci.

I due Bianchi mi chiedono “Raccontami una storia”. Prendo un marker dalla bowl e lo sotopongo all’oracolo, per avere una storia da raccontare. Non sempre funziona tutto come mi aspetto. Il marker è tutt’altro che “fiducial”, le immagini non escono, il suono si mischia con i suoni d’ambiente, con i suoni degli altri video. E’ tutto frammentario, poche immagini, poche parole, pochi riferimenti.

Dov’è la mia storia?

Ecco, ne capisco uno: un video in cui mi viene raccontato come si fa il pane di Altamura. Sono pronto, lo voglio, voglio declamare la mia storia, ne ho una! Bianco, ascolta: è la storia del pane di Altamura.

Il Bianco annuisce, si gira, afferra un piatto e, tra le dozzine di cose appetitose, sceglie una singola fettina di pane. Senza nulla sopra.

Dove sono i miei salumi? Dov’è la mia polenta! Voglio i miei dolci!

Dietro, la gente si agita. Fiducial in mano, aspettano fiduciosi di aver migliore fortuna.

Ma non c’è scampo: la scarsità abbonda.

A storie di ragù corrisponde una scarna mestolata di polenta.

A storie di mercati del pesce in Giappone, un piccolo-piccolo pezzo di torta salata.

A scene di mozzarelle e maiali, corrispondono piccoli pezzi di lardo o di coppa.

“Ma io voglio mangiare ancora! E’ pieno di roba lì dietro!” “Raccontami una storia”

Le persone si accodano, un po’ deluse, un po’ turbate: cosa vogliono questi due?

“Raccontami una storia”

Marker su marker smettono di funzionare. E’ complicatissimo ottenere una storia dall’oracolo. Questo enorme occhio bianco che non regala storie per nessun motivo.

E quando ne regala: che storie! Non c’entrano nulla col risultato. Sono video presi da Youtube, non c’entrano nulla con quei bei formaggi, con le focacce, con i salami, le insalate, le torte! Per quello che sappiamo potrebbero essere prese in maniera casuale cercando tra i video i primi risultati per una serie di parole chiave.

O essere scelte da altre persone, per i motivi più vari.

“Raccontami una storia”

Forse non li hanno scelti i due Bianchi.

Forse loro son semplici esecutori, dei tramiti. Forse i video non provengono da lì, non sono fatti apposta per la performance, non parlano di quei meravigliosi manicaretti. Forse non sono nemmeno nel formato giusto. Forse nemmeno il computer (lo vedo, lì dietro l’oracolo occhiuto) è il loro, e nemmeno la webcam. E nemmeno la bowl o i tavolini, o il palco o il proiettore.

Sembrano quasi imbarazzati i due Bianchi. E dispiaciuti di ricevere così poche storie.

Forse il gioco non consiste nel raccontargli delle storie che loro non vedono, perchè vedono solo il retro del monitor che ospita l’oracolo.

Corto circuito.

“Raccontami una storia”.

Che vogliano sentire una storia da me? Proprio da me? Che se ne freghino, in fondo, di quei cazzo di fiducial marker? Che vogliano veramente una storia? Anche inventata? Basta che mi vada di raccontargliela?

E allora racconto: “C’era una signora che doveva fare il ragù … ” (ecco il Bianco che mi mette della polenta nel piatto) “… e poi a un certo punto i polli dell’allevamento … ” (aggiunge un pezzo di torta salata) “… ma non poteva sapere che il figlio desiderasse prima fare una pausa per digerire…” (salumi! formaggi! focaccia!) “… e quindi tornò a casa e si lamentò con il padre …” (un piatto incredibile! pieno di cose! l’abbondanza!)

Prendo il mio piatto. Il Bianco me lo porge con un gesto e un inchino.

“Vuoi mangiare? Raccontami una storia”

Non doveva andare proprio così. Pochi minuti prima dell’inizio della performance ha smesso di funzionare tutto ciò che poteva smettere di funzionare. :)

Ma la performance non è detto che abbia un copione predefinito, o una trama rigida. Il contesto determina. L’interazione determina le strade. L’interpretazione, la sensibilità personale e la possibilità di esprimerle è l’unica cosa che ci interessa.

Quindi due strati di performance hanno avuto vita simultanea e coesistente per l’edizione di Squatting Supermarkets che si è tenuta alla Scighera il 24 Gennaio 2010.

La prima: un banchetto possibilistico, in cui ogni storia corrispondeva ad un alimento. Storie scelte editorialmente secondo una precisa metodologia: video di molti autori, trovati sui social network, che condividevano alcune parole chiave con il cibo cui erano associati. Un video sul pane, una fetta di pane. Un video sul ragu, una cucchiaiata di polenta. Una animazione del racconto di una spesa psichedelica sotto l’influenza di funghetti allucinogeni, una fetta di torta salata ai funghi. Un video sull’ingozzarsi, un po’ di lardo. Selezionare espressioni di voci multiple e incorporarle negli oggetti cui si riferiscono semanticamente. Diventare un tramite trasparente, distaccato, capace di riportare nel mondo le voci. Una rete p2p in camice bianco, asettica, che non pone nemmeno un alito sull’espressione dei multipli autori.

Possibilità infinite di espressione dove di solito c’è solo la possibilità di percepire la superficie dell’informazione offerta da poche voci predominanti.

“Raccontami una storia”, quindi, diventa un invito a partecipare alla rete p2p composta dai corpi e abilitata dalla tecnologia.

Partecipare attivamente dando contemporaneamente voce, diffusione e interpretazione alla storia di altri, e di assicurarne, tramite enunciazione, la presenza e l’esistenza, associata al corpo, oggetto, luogo o, come in questo caso, cibo.

Realtà aumentata, quindi, intesa come sovrapposizione di strati interpretativi autonomi e p2p alla realtà pre-codificata. In questo caso: potersi esprimere sul cibo, poter conoscere le storie che altri hanno creato o raccontato sul cibo, poterle liberamente reinterpretare e ridisseminare. Il marker, in questo caso messo dentro una bowl per comodità ed esigenza scenografica, ma idealmente (e praticamente, nell’uso reale) posto nel prodotto (o sostituito dal logo del prodotto, ove presente) diventa l’accesso al corto circuito: p2p, ubiquitous, embedded, multi-author, open-ended, cross medial publishing. Per reinventare il reale, per reinserire la narrazione, le storie, nel presente.

La seconda versione della performance, determinata dal contesto problematico, ma non meno importante o rilevante: “Raccontami una storia”. Ma veramente. E quindi l’enorme imbarazzo: cosa racconto? Ho i mezzi, ho gli strumenti. Ne ho tanti! Cosa racconto? Ovvero la perdita delle storie, la possibilità del riacquisirle e di ridisseminarlela questione della cultura e dei corpi.

In tutti e due i casi: uno shift culturale, il rilevare una serie di pratiche possibili. L’accesso all’oggetto/servizio (il cibo in questo caso) che corrisponde all’accesso alla possibilità di esprimersi e di avere esperienza dell’espressione dell’altro. Il signor Y può leggere il signor X che ha aumentato una fetta di lardo con una storia di sazietà, ed è libero di raccontarla, di reinterpretarla, o di esprimere una nuova storia. E l’accesso al cibo corrisponde a questa possibilità. Realtà aumentata. Raccontami una storia.

Al centro: Fake Press. Un corto circuito. Una casa editrice. Libri disarticolati. Narrative ubique, per corpi, luoghi, oggetti.

January 26th, 2010

Posted In: Arts, Events, Squatting Supermarkets, Updates

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